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L'ATTO DISPERATO E COSTANTE DELLA RICERCA
dal 12 maggio al 30 giugno 2016

Milano - Studio d'Arte del Lauro
via Mosè Bianchi 60

Orari: martedì/giovedì ore 10,00-14.00 / 16.00-19.30

Per informazioni
tel. 3408268664
studiodartedellauro@gmail.com
www.studiodartedellauro.it



Il 12 maggio alle ore 18, presso lo Studio d’Arte del Lauro verrà inaugurata la mostra retrospettiva di Mario Negri, “L’atto disperato e costante della ricerca”. La mostra, omaggio al grande scultore nel centenario della nascita, presenta al pubblico milanese 26 opere in bronzo, modellate e fuse dall’artista fra gli anni Cinquanta e gli anni Ottanta, comprensive di tutti gli aspetti e almeno le fasi più importanti della sua ricerca: le figure, i ritratti, le erme e le figure mitologiche, i progetti per monumenti e installazioni nello spazio, le colonne che, come scrive Martina Corgnati nel catalogo che accompagna la rassegna,“svettano fragili e sottili nella luminosità del paesaggio …invenzione di una spazialità nuova”. Pur rifacendosi alla Colonna infinita di Brancusi queste opere insistono però “nel riproporre una 'presenza', un qualcosa di umano, di piccolo, di ascetico, sollevato su quelle aeree basi sospese, flessibile e vulnerabile protagonista di uno spazio sottile, proteso verso l’assoluto della natura, vocativo e appena dolente, come le remote colombe che i longobardi posavano sulle loro pertiche, a ricordo di un guerriero caduto lontano”.

Negri, infatti, in tutto l’arco della sua parabola creativa, resta uno scultore attento all’aspetto umano delle cose, interprete sensibile e appassionato della statua e del corpo rielaborato in inesauribili varianti formali, di cui la mostra propone alcuni splendidi esempi, come Venus (1968-70), Donna inginocchiata (1974), Gli sposi (1975).

Mario Negri è nato a Tirano, in Valtellina, il 25 giugno 1916. Conseguita la maturità classica al liceo Manzoni, porta a compimento il primo biennio della facoltà di architettura presso il Politecnico. Fra il ’35 e il ’40 conosce quasi tutti gli artisti e i letterati che s’identificano nella nuova idea di cultura proposta dalla rivista milanese «Corrente di vita giovanile» (nata nel gennaio ’38, fu soppressa nel ’40 dalla polizia fascista). In quel gruppo eterogeneo di intellettuali e di artisti, Negri si lega fra gli altri allo scultore genovese Sandro Cherchi e al pittore Italo Valenti. Ancorché giovanissimo e affatto inesperto di ambienti artistici, entra in confidenza con il più anziano Carlo Carrà. Agli inizi del ’40 è chiamato alle armi, e vi resterà sino al ’45, passando gli ultimi due anni prigioniero in campi nazisti in Polonia e Germania per essersi rifiutato di combattere nelle file dell’esercito nazionalsocialista. Suoi compagni di deportazione sono tra gli altri Roberto Rebora, Enzo Paci, Giuseppe Bortoluzzi, Leone Pancaldi, Giovannino Guareschi, Giuseppe Novello e Luigi Carluccio, che lo ritrae più volte.

A guerra finita ha inizio un lungo periodo di lavoro che egli considera di duro tirocinio professionale. Più che gli atelier degli artisti frequenta le botteghe degli artigiani milanesi, credendo fermamente alle virtù del “mestiere” come base essenziale per intraprendere il lavoro artistico. Dal 1950 scrive come critico d’arte sulla rivista «Domus». Solo a partire dalla metà degli anni Cinquanta può dedicarsi interamente alla scultura, conoscendone profondamente la storia e guardando con attenzione sia alla tradizione che ai grandi protagonisti dell’arte centro-europea, sempre con un suo inconfondibile tratto schivo e introverso.
Tiene la sua prima personale nel ’57, presso la prestigiosa Galleria del Milione. Sono di questi anni i legami umani e culturali più intensi e formativi: Alberto Giacometti, Franco Russoli, Luigi Carluccio, Lamberto Vitali, Cesare Gnudi, Marco Valsecchi e i “suoi” fotografi di sempre, Arno Hammacher e Paolo Monti. In seguito sarà vicino, fra gli altri, a Vittorio Sereni, Dante Isella, Roberto Tassi, Rudi Wach, Enrico Della Torre, Ruggero Savinio. A partire dalla fine degli anni Cinquanta partecipa con regolarità a mostre in Italia e all’estero. Torna a scrivere nel ’66 in occasione della morte di Giacometti, nel 1979 su Medardo Rosso e
nel ’81-’82 su Modigliani.

Nell’arco della sua vita rimane costante il suo scrivere pensieri sull’arte e sulla scultura (“Note di studio”, parzialmente inedite). Nel 1983 cura, per Allemandi, l’edizione dei Disegni di prigionia 1943 1944 1945 di Luigi Carluccio. Nel 1985 per le edizioni All’Insegna del Pesce d’Oro di Vanni Scheiwiller esce All’ombra della scultura, a cura di Stefano Crespi, che raccoglie una parte degli scritti apparsi su «Domus» e in altre sedi.

Muore improvvisamente a Milano il 5 aprile 1987, alla vigilia di una grande antologica presso il Palazzo Te di Mantova.

La mostra è accompagnata da un catalogo curato da Cristina Sissa con un testo di Martina Corgnati. Resterà aperta fino al 30 giugno.