Le mie sculture (1958) *

Le mie sculture sono la mia voce, il mio pensiero, la mia ‘azione’ più autentica, non le mie parole o i miei discorsi sull’arte. Questi sono solo intimi, inconfessati e incomunicabili per me con altro mezzo che non sia quello che mi è, per natura, più congeniale.
E come potrei dire dei principi, degli ideali a cui aspiro se essi, costantemente, soggiacciono a un continuo tradimento che li travisa non appena essi cercano di concretizzarsi?
Questo lo dico perché ciascun artista – se appena è in buona fede – tende all’assoluto, qualunque sia la sua misura e il suo limite che egli deve sforzarsi di conoscere.
Ho scelto questo mestiere anche per non soggiacere al ritmo accelerato del nostro tempo, ma più vado avanti negli anni a questo ritmo sento che devo inesorabilmente assuefarmi.
C’è qualcosa d’antico sempre nelle mani degli uomini che cercano una forma e non so se maggiore orgoglio derivi allo scultore dal perpetuare nel tempo, con acqua e terra, un’aspirazione remota come i primi uomini, oppure dal cercare a questa aspirazione nuove vie. Essere in altre parole il continuatore di una vecchia tradizione o il ricercatore di una nuova. Ma, forse, il vero sta nel fatto che l’autentica tradizione non è che una catena continua di rivoluzionari.

 

Troppa gente oggi nel mondo nega lo ‘stile’ o la semplice aspirazione ad esso. Non è dunque più lo stile il sembiante più fedele di un’epoca?
E non è sconfortante per noi constatare, giorno per giorno, la convivenza impossibile di troppi e diversi modi d’espressione?
L’arte più giovane, oggi, è solo inquietudine, precarietà, insicurezza, paura e angoscia del presente e del futuro mentre io, invece, per nostra serenità vorrei che essa si adeguasse ancora e a lungo, per tutto il secolo, alla saggezza di Braque quando dice «io cerco la regola che corregge l’emozione».
Sotto questo segno mi pare siano nate le epoche, le opere più felici e più alte e parlo di quelle antiche come di quelle moderne.
Potessi un giorno scoprire il segreto della forma perfetta – chiusa od aperta non importa – ed in esso tutto riconoscere: cuore e ragione.
Ed avere, alfine, da consegnare alla gente un’opera che si veda che è nuova, cioè appena finita e non per narcisismo archeologico o per masochismo cominciare io stesso con le mie mani a non finirla o a distruggerla. Sia ben chiaro che quando dico finito intendo ‘fatto’ e non rifinito.
Ma come posso se i miei ‘personaggi’ (se così mi si consente di chiamarli) io li ho visti sempre nella fantasia, nelle letture o nella strada sempre e solo per un attimo e se, per ovvia conseguenza, il modo di renderli si adegua sempre in me, io credo, a questa fuggevole impressione?
La loro dimensione non può essere, quindi, che allusiva.

 

Può darsi che così facendo io romanticamente non mi sappia sottrarre all’incanto fatale delle cose che so che non rivedrò mai più sotto quell’aspetto e in quel particolare momento.
Perché da me stesso io mi costringo a desiderare che le mie sculture non siano ‘statue’ ma solo ineffabili ‘presenze’? Perché ho bisogno quasi per dar loro quel peso che non hanno, di legarle a questa condizione stabile di ‘sculture’ cercando di far loro una base che sia anche scultura? Queste basi dunque non sono che un’introduzione, un’àncora per trattenere ciò che, per tendenza, vorrebbe smaterializzarsi.
Vorrei fare sculture che nascessero come un fiore su in alto, alla cima di uno stelo sottile.
E come un fiore avessero sì un grande sviluppo formale, ma anche un peso che si muova nel vento.
Perché ho momenti di gioia solo quando in una scultura riconosco l’equivalente dei miei stati d’animo?
Vorrei dalle figure reali muovere un racconto sì che esse si trovino, nella realtà che io do loro, come esse ‘erano’ nella fantasia, nella memoria e che questa ‘memoria’ divenisse la loro atmosfera ideale, il loro spazio vitale.
E ripetere ancora e sempre quell’ininterrotto, quell’antico umano discorso che, per me, è la sola strada esistente nel destino dell’arte.

 

Anche l’arte astratta, quando è arte, ha una misura umana. Ormai mi sembra inutile questa logora distinzione tra astratto e figurativo, tra astratto e concreto. Ciò che importa è la qualità, la vitalità.
Ci sono opere inutili e morte sempre e ovunque, sia che appartengano al genere astratto o a quello figurativo. Ciò che importa è che siano vere, vive, cioè artistiche.
Il centro delle ricerche per uno scultore non consiste solo nella questione dello spazio – che allora sarebbe solo un problema: esso è, io credo per tutti gli artisti, principalmente un tentativo di ricreare un oggetto che dia una sensazione il più possibile vicina all’emozione provata per la prima volta dall’artista medesimo alla vista di qualcosa che profondamente l’ha colpito. Tutte le altre cose, gli stessi dilemmi più o meno teorici non sono che dei mezzi per raggiungere questo fine: quanto lo sono la creta, il gesso e l’acqua per modellare o qualsiasi altra cosa possa occorrere per poter lavorare.
Intesa come ‘monumento’ io credo che la scultura, oggigiorno, non sia più una realtà plausibile.
Nascerà certamente un giorno qualcosa che gli uomini d’oggi e di domani riconosceranno come i propri ‘monumenti’. L’atto disperato e costante della ricerca appaga l’artista autentico assai più dell’orgoglio che gli può derivare dalla sempre ipotetica certezza d’aver compiuto un’opera e d’aver rivelato, attraverso di essa, una qualsiasi verità.

De Micheli, Mario, Scultura italiana del dopoguerra, Milano, Schwarz Editore 1958, pp. 155-156, 256-258 e 295; poi in AA.VV., Storia della scultura, X. La scultura del Novecento, saggio introduttivo di Mario De Micheli, Milano, Fratelli Fabbri Editori, 1966.