Fritz Wotruba

 

 

Torna all’indice dei testi →

Fritz Wotruba, Figura in piediStudio (disegno)Composizone

Ai visitatori delle ultime Biennali veneziane non sarà di certo sfuggita l’importanza delle opere dello scultore austriaco Fritz Wotruba.
Nel chiaro e appartato padiglione austriaco di Hoffmann in mezzo a una produzione artistica per altro sempre selezionata e significativa, facevano spicco su tutte, sia pitture che disegni o sculture, le grandi pietre o i piccoli bronzi di Wotruba che in quella sede fu ripetutamente presente (1948, 1950, 1952), e sempre con grande dignità e prestigio. Ora è uscita una bella monografia che puntualizza l’opera dello scultore, e segna un notevole e utile contributo alla sua bibliografia sia per la cura con cui è edita da Bruder Rosenbaum, sia per l’esauriente saggio critico di Elias Canetti. Il volume è apparso in occasione di una mostra itinerante di Wotruba, voluta e organizzata nello scorso aprile dall’Istituto d’Arte Contemporanea di Boston e che è stata allestita anche in molte altre città d’America.

 

Wotruba, oltre che alle Biennali (la sua prima partecipazione risale al 1932, quando aveva appena venticinque anni) ha avuto più volte contatti con l’ambiente e con l’arte italiana. Di lui ricordiamo un’esposizione che nel 1952, con molto intuito, Ettore Gian Ferrari organizzò nella sua galleria di Milano, mostra che inspiegabilmente passò inosservata agli occhi distratti della critica e della quale, ancor oggi, si possono ricordare alcuni stupendi disegni e qualche piccolo bronzo di ottima fattura. Fu presente anche a quella riuscitissima e purtroppo non più ripetuta Mostra Internazionale del Disegno ordinata a Bergamo nel 1950 e all’indimenticabile mostra di scultura all’aperto di Villa Mirabello, tenutasi a Varese nel 1953. Sue opere sono state esposte a Roma nel 1947 e nel 1955 in una mostra di scultura organizzata dall’Istituto Austriaco di Cultura. Da ricordare ancora le mostre alla Kunsthalle di Basilea del 1943 in cui Wotruba espose insieme a Marino Marini, Germaine Richier ed Arnold D’Altri e poi ancora quella di Salisburgo del 1952 ancora con Marino Marini e con Henry Moore. Abbiamo ricordato questi dati inerenti ai contatti che Wotruba ha avuto con l’ambiente italiano perché pensiamo che essi possano servire d’orientamento e inoltre perché abbiamo l’impressione, parlandone (anche se le presenti sono tra le prime pagine che una rivista d’arte italiana dedica alla sua opera), di parlare d’opere non sconosciute in Italia, o per lo meno di non proporre un nome del tutto inedito.

 

Nato nel 1907 a Vienna, che dell’Europa d’inizio di secolo era uno dei centri culturali più vivi, Wotruba fece in tempo a nutrirsi ed educarsi di quella cultura dallo schietto sapore internazionale; ebbe inoltre la ventura, durante l’ultima guerra, di compiere la propria formazione avanti la maturità in Svizzera, la quale, nell’Europa travolta, oltre ad essere un’oasi di pace divenne in quegli anni l’unico, più vitale e più libero rifugio di liberi artisti. Visse quindi da esule a Zug dal 1938 al 1946, anno in cui tornò a Vienna chiamato a reggere la cattedra di scultura di quell’accademia. La monografia di Canetti, a parer nostro, non documenta in modo esauriente l’opera giovanile dello scultore; onde per cui occorre rifarsi a quella di J.R. De Salis edita da «Graphis» a Zurigo nel 1948. Comunque nel testo di Canetti assai ben documentata è la produzione recente, a nostro avviso assai più importante e tale da determinare con una chiarezza e una logica sempre più evidenti e stringate la personalità di questo artista veramente autentico e originale, che nel giro di pochi anni è venuto ad aggiungersi a quell’esiguo numero di scultori che sono i pochi e i soli che contino oggi in Europa e nel mondo. Così personale è il modo d’espressione, così autonomo il suo operare al di fuori, ormai, dall’orbita di qualsiasi movimento, o maniera, od ‘ismo’, da far pensare che proprio in ragione di qualità eccezionali possa esso stesso divenire – almeno per la sua nazione – creatore di uno stile e di una scuola. Prova ne sia il formarsi spontaneo di una nuova generazione di giovani scultori austriaci che da Wotruba, e da lui solo, ha preso avvio.

 

La materia di Wotruba è la pietra lavorata in modo largo, a taglio diretto, quasi sempre di punta, con una grande padronanza del mezzo e una profonda conoscenza della materia, una decisione e una cadenza d’artigiano peritissimo; oppure il bronzo, anch’esso trattato senza compiacenze con un modo immediato e vivo, con quella freschezza e decisione che solo l’aver pensato l’opera ‘già’ in bronzo e ‘per’ il bronzo può dare. Il mondo poetico di Wotruba è ancorato alla figura umana intorno alla quale esso ruota come intorno a un perno centrale senza mai distaccarsene: tema rigoroso e costante, capace di addurre a sé tutti i problemi della scultura e che rifiuta, perciò, qualsiasi allettamento edonistico o presupposto programmatico o assunto meramente formale. Figure sedute, chine in un raccoglimento che è di dolore trattenuto; braccia che si serrano al petto come per comprimere un moto, un gesto che altrimenti le farebbe delirare e scomporre; volti chinati in attimi di meditazione e non di abbandono. Una forza interiore è in queste pietre tale da far pensare che questa forza dal di dentro le stringa e le chiuda a sé, per impedire loro d’espandersi, di consumarsi nell’attrito di gesti a loro estranei e che sarebbero quindi del tutto esteriori ed impropri alla sofferta visione che Wotruba ha dell’uomo e dei suoi sentimenti. Parlo delle pietre, di quelle statiche figure di donna sedute, accoccolate, raggomitolate su se stesse o distese, lunghe quanto sono, in un’aderenza panica alla terra, dalla quale sembrano, come gli alberi, prender forza per la loro vita. Figure che pare contemplino un mondo che è umano solo per il dolore che in esso si riflette; mistiche forme che all’aria che le circonda conferiscono un misterioso, metafisico silenzio; uomini o donne in piedi, cattedrali umane erette, piene di forza contro qualcosa che è a loro ed a noi stessi ignoto. L’immobilità per loro è condizione di statica e se pure un gesto, un passo è accennato, i loro torsi si ergono perpendicolari, dritti a piombo nell’aria come monolitici steli dalle forme antropomorfe: e anche quando, come negli altorilievi di bronzo o di pietra, più figure si affacciano e si affollano mute e solenni come al proscenio d’un mitico spettacolo, il ritmo che le compone e unisce è sempre verticale. Come nei bizantini, come nei gotici.
La luce fermata da profili netti ed angolari è l’impalcatura evidente che regge queste sculture assieme al suo contrario: l’ombra. Tagli profondi e scuri come ferite, ombre fonde, squarci e piani su cui la luce abbaglia, si equilibrano in una comune funzione, mentre per il principio contrastante che li genera parrebbe dovessero elidersi a vicenda. Il grande insegnamento compositivo di Wotruba è qui, e in più nel superbo equilibrio di volumi, nel ritmo che a questi volumi è impresso; la scansione che li governa ha un registro musicale, un tono greve e profondo. C’è una sorta di ‘gigantismo’ nelle sue figure, come se esse fossero massi rotolati a valle dalla cima dei monti, a contemplare in bilico sul proprio peso il silenzio desertico delle valli. Chi può ricordare, a chi è affine Wotruba? In questo si dimostra artista della razza, della natura dei Sironi e dei Permeke.

 

La vibrata animazione delle superfici, il modo con cui queste reagiscono e si ‘attivano’ all’azione della luce; la vitalità racchiusa e liricamente trattenuta; le squadrature ben decise, mai sommarie o gratuite; un senso essenzialmente costruttivistico – da scultore-architetto; la forza e la capacità inventiva; l’aggressività che investe e possiede l’artista nell’atto della creazione; l’augusta maestà che esso sa conferire alla pietra dando ad essa alcunché di eterno e d’immutabile; l’estremo limite a cui è condotta e forzata la sintesi; la coerenza formale, la severità, la disciplina, il rigore, l’assoluta mancanza d’ogni forma di vago intellettualismo sono i meriti maggiori e innegabili di Wotruba, dei quali occorre dargli atto, non per via di facili entusiasmi, bensì della più rigorosa obiettività. Non per nulla il primo e più autorevole avallo all’opera di Wotruba venne da un autentico maestro della scultura moderna: da Aristide Maillol che, vedendo nell’ormai lontano 1929, durante una sua visita a una mostra d’arte austriaca al Jeu de Paume, un grande torso in pietra, non voleva credere, sulle prime, che la scultura che era oggetto della propria ammirazione fosse opera di un ragazzo di appena ventidue anni. Da allora, fino alla sua tragica morte, egli non smise di seguire e di interessarsi all’opera del giovane scultore viennese. Aveva quindi ‘visto’ giusto e l’opera di Wotruba non è che una conferma, una promessa mantenuta di quell’atto di fede nella gioventù da parte di un grande vegliardo. Sono proprio questi atti di fede a segnare, nel cammino dell’arte, una soluzione di continuità il cui solo giudice è il tempo.

* M. Negri, Fritz Wotruba [1956], in Id., All’ombra della scultura, Scheiwiller, Milano 1985, pp. 64-69.